My Wonderland, continua
Già nel 2022 con “My Wonderland” il fotografo ci ha mostrato la sua visione di New York. Ora riprende la serie con istantanee che mettono in luce la dialettica tra densità urbana e profonda solitudine.
L’intervista
Il nuovo progetto è il seguito della serie My Wonderland. Cosa è cambiato questa volta?
In realtà questa nuova serie non rappresenta un cambio di direzione, ma la fase di un’evoluzione continua. Il mio primo libro My Wonderland, ormai esaurito, racchiudeva i primi dieci anni del mio lavoro a Manhattan. Non l’ho mai considerato un capolinea; era semplicemente il primo capitolo. In un certo senso non è cambiato nulla, però tutto è diverso. Lavorandoci da così tanto tempo, è come se accompagnassi la città attraverso la sua trasformazione. Nel primo volume, per esempio, solo sette delle sessanta immagini erano state scattate prima della pandemia. Con questa nuova serie ho cercato di cogliere il successivo cambiamento di New York e dei suoi abitanti. Io documento il mutamento della città nell’epoca in cui viviamo, e osservo come l’anima di Manhattan si trasforma nel corso del tempo.
Perché considera New York un paese delle meraviglie?
Per me, il paese delle meraviglie non appartiene al mondo delle fiabe, ma è un luogo in cui ci si sente davvero se stessi, un rifugio in cui si sogna di tornare, almeno una volta all’anno, per ritrovare l’orientamento. È un luogo al di là della mia quotidianità, una sfera in cui io “lavoro” non nel senso convenzionale, una capsula del tempo in cui posso immergermi completamente nel momento presente. Questo luogo per me è New York, perché lì vige una libertà unica, una sorta di indifferenza positiva: le persone sono così assorte nella propria vita da non prestare alcuna attenzione agli altri. In questo anonimato collettivo, tutto sembra leggero e spontaneo. È una città che ti lascia spazio per essere come sei.
Cosa ricerca nella città?
Non ho in mente uno schema predefinito o un soggetto specifico, ma vado alla ricerca delle vibrazioni della città. New York mi offre un’energia pura, ineguagliabile, come una costante scossa elettrica che mi spinge in avanti. Camminare per le sue strade non significa semplicemente passeggiare, ma essere letteralmente trascinati dal suo ritmo. È un’energia generata dai milioni di storie che si incrociano, dalla verticalità dei grattacieli e dal famoso “New York minute”, in cui tutto può cambiare in un batter d’occhio. Per un fotografo tutta questa energia è un vero regalo, perché riesce a portarmi in uno stato di percezione più acuta, in cui non sono un semplice spettatore, ma partecipo all’azione.
Cosa l’affascina della fotografia di strada?
L’aspetto che trovo più affascinante è l’autenticità senza filtri che la strada ti offre. La street photography è una forma di ricerca della verità. Ha quella forza unica di cogliere la vera essenza del nostro tempo, perché nulla è messo in scena né segue una coreografia. In un mondo che si muove a un ritmo frenetico, dove spesso tutto viene selezionato o filtrato, una fotografia diventa un’ancora indispensabile, che permette di fermare il tempo, di isolare un singolo istante dal caos. C’è qualcosa di profondamente commovente nell’immortalare un gesto spontaneo o uno sguardo sfuggente che non si ripeterà mai più. Documentando questi momenti autentici, io non mi limito a scattare foto, ma conservo anche un pezzo di storia.
La sua fotografia ha dei modelli di riferimento?
Per quanto riguarda le strade di New York, ho sempre ammirato l’umorismo e il tempismo di Jeff Mermelstein, la poesia pacata di Gus Powell e naturalmente il leggendario Joel Meyerowitz, il quale ha veramente influenzato il colore di Manhattan. A un livello più generale, sono stato influenzato profondamente da maestri della narrativa come Joel Sternfeld e Alex Webb. Devo citare anche Greg Halpern e Alec Soth: il loro approccio così suggestivo e personale al paesaggio americano è stato un punto di riferimento importante durante la realizzazione del mio secondo libro, Before Rebirth.
Cos’è per lei il colore nella fotografia e in che modo Leica ha contribuito a realizzare la sua idea?
Per me colore e realtà sono la stessa cosa. Certamente apprezzo molto la tradizione della fotografia in bianco e nero, ma il mio obiettivo è documentare il mio ambiente e il nostro tempo come sono realmente. Il colore è una parte imprescindibile dell’immagine urbana, e questo vale soprattutto per New York. L’identità stessa della città si basa su una tavolozza di colori ben precisa.
E qui entra in gioco la mia Leica. Dal 2017 utilizzo la serie Q e dal 2023, anno in cui è uscita sul mercato, fotografo con la Q3. Mi piace soprattutto perché rende colori estremamente naturali già al momento dello scatto, e una riproduzione così fedele all’originale significa grande risparmio di tempo in fase di post-produzione. Nella fotografia di strada la rapidità è tutto, non solo al momento di premere il pulsante di scatto, ma in ogni fase del lavoro. Con una fotocamera che cattura in modo così preciso la realtà dell’istante, riesco a rimaner fedele alla scena senza dover intervenire con troppi ritocchi al computer.
Come proseguirà la sua serie Wonderland?
Da quando My Wonderland è stata pubblicata nel 2022 sono già tornato a New York quattro volte, e ci tornerò anche a fine maggio. Sarà la mia prima visita dopo i recenti cambiamenti politici avvenuti nella metropoli, e sono curioso di vedere come questi si riflettono per le strade. Non ho fretta di decidere cosa sarà dopo; al momento mi concentro solo sul fotografare la trasformazione continua della città. Io lascio la porta aperta, e se queste nuove immagini a un certo punto daranno vita a un racconto coerente, potranno diventare in modo del tutto naturale un secondo capitolo o una nuova pubblicazione. Per ora mi godo il piacere di osservare, immagine dopo immagine, la storia di Manhattan.
© Corentin_Fohlen
Chi è Cedric Roux
L’opera del fotografo francese Cedric Roux trae origine principalmente dalle strade delle megalopoli che, dominate da fervore e movimento, diventano teatro di presenza, spontaneità e incontri casuali. Attraverso progetti a lungo termine come My Wonderland e Before Rebirth, le sue immagini rivelano l’ambiente urbano in frammenti di fragilità, solitudine o disillusione. Le sue opere vengono regolarmente esposte e pubblicate in Francia e nel mondo. Il suo progetto più recente porta il titolo di Lost Angels.